Intervista a Suleima Irashi Ramadan, giovane imprenditrice palestinese, a cura della giornalista Manuela Borraccino, all’interno dell’incontro “Ricamare oggi a Betlemme” organizzato dal Laboratorio solidale Da tutti i Paesi lo scorso 17 settembre 2026, insieme alla bottega Popolinsieme e alla libreria Bookstorie
- Suleima, ci puoi parlare di Ibtikar, la tua organizzazione, e di com’è nata?
Ibtikar è un’impresa sociale costituita nel 2019 con sede a Betlemme. È nata sostanzialmente per colmare un gap: mancava un luogo che potesse mettere insieme le persone che avevano delle idee di micro imprenditoria, che le aiutasse ad avviare delle attività di lavoro autonomo. Non esistevano startup, incubatori d’impresa, persone con cui associarsi e fare rete. Ibtikar è nata per offrire questo spazio nuovo, uno spazio di pace. Ibtikar vuol dire “innovazione”: non necessariamente creare qualcosa che prima non c’era, ma anche ripensare qualcosa che già esisteva in un modo più moderno.
- Perché avete scelto il ricamo?
Ci sono essenzialmente tre motivi. Innanzitutto ci siamo chiesti cosa potessimo fare nelle condizioni molto difficili in cui si trovano le famiglie palestinesi. Quale poteva essere una strada percorribile per impiegare persone con capacità logistiche molto limitate, permettendo loro di lavorare da casa?
L’altra domanda che ci siamo fatti è cosa avremmo potuto fare di creativo. Per sei mesi abbiamo interpellato le artigiane stesse, una quindicina di donne dai campi profughi palestinesi in Cisgiordania. Persone che conoscevano gli stilemi tradizionali della cultura palestinese, tramandati per moltissimo tempo di madre in figlia. Negli ultimi anni, per i motivi che conoscete, questo lavoro manuale era andato via via scomparendo.
Il terzo aspetto è stato la tutela del nostro patrimonio culturale. Acquistando i prodotti di Ibtikar, come riporta il cartellino presente su ogni borsa e borsellino, si sostiene l’empowerment delle donne e contemporaneamente si protegge la cultura palestinese[1]. Ibtikar vuole farlo in modo nuovo: gli stilemi, i pattern iconografici, sono diversi tra di loro, alcuni sono più floreali, altri vegetali, altri più geometrici… perché ogni città, Ramallah, Gerusalemme, Bethlehem, ecc, ha i propri motivi. In Cisgiordania in tanti propongono il ricamo, ma questo di Ibtikar è qualcosa di abbastanza inedito, rivisitato con colori, fogge e combinazioni più attuali.
- Ci puoi raccontare la vita quotidiana in Cisgiordania?
Proverò a raccontarvi qualcosa, ma vi capirò se non riuscirete a digerire tutto quello che verrà detto. Spesso, quando mi trovo in fila in un check-point mi chiedo: se dovessi raccontare questa scena ad un europeo, ad un americano, sarebbe inimmaginabile per lui, avvengono cose molto impensabili per chi è lontano da qui.
Comunque ci provo. La situazione in Palestina si è deteriorata come mai prima d’ora negli ultimi tre anni: non abbiamo mai vissuto niente di simile a livello umanitario, economico, educativo, sanitario. Persino la vita umana vale davvero poco. Siamo ancora essere umani? Come è possibile che il resto del mondo ci lasci indietro? Pensiamo che qualcosa debba cambiare molto rapidamente, altrimenti rischiamo di dover affrontare ancora più crimini di guerra, genocidi e atrocità nel nostro Paese.
In Cisgiordania c’è una guerra silenziosa che nessuno vede. Non ha avuto la stessa visibilità di Gaza; qui i coloni commettono impunità senza che l’esercito israeliano intervenga quasi più. E questo si riflette nelle nostre vite, nelle complicazioni legate agli spostamenti, all’educazione, alla sicurezza, alla sanità…
Per fare qualche esempio: le persone devono spesso andare in Giordania per le cure mediche essenziali, perché su quella locale non possono fare affidamento. Stanno aumentando le restrizioni alla mobilità delle persone: ci sono dei cancelli tra un villaggio e l’altro, che rende più complicato tessere relazioni. Ogni viaggio poi ha un margine di imprevedibilità alto: per noi, per andare da Betlemme all’aeroporto di Amman, che dista 130km, ci sono volute circa 12 ore, per via dei tanti posti di blocco, quando ne basterebbero una e mezza. Da mesi gli insegnanti fanno scioperi perché stanno ricevendo solo una parte degli stipendi dall’Autorità nazionale palestinese: per questo è stato stabilito che i bambini andranno a scuola solo tre giorni a settimana quest’anno, con conseguenti tassi di abbandono scolastico molto alti. La pressione economica è infatti tale che molti di questi minori scelgono di andare a fare lavori manuali nei cantieri edili, pur di raggranellare pochi dollari e aiutare i genitori a sbarcare il lunario. La nostra preoccupazione è anche quella di ritrovarci tra dieci anni con un’intera popolazione che non ha istruzione…
- Come state rispondendo a tutto questo?
Facciamo quello che possiamo, ma è sempre una goccia nell’oceano. Negli ultimi anni abbiamo provato, con Ibtikar, a rispondere ai bisogni più basilari. Tra il 2019 e il 2021, quando l’organizzazione è stata fondata, ci chiedevamo come avviare tante piccole attività micro imprenditoriali e assicurare lavoro per due o tre persone. Ora invece ci preoccupiamo per altri bisogni fondamentali: mettere i genitori in condizione di mandare i bambini a scuola, rafforzare gli insegnanti, imparare a coltivare un minimo di ortaggi per il fabbisogno famigliare, gestire le risorse idriche…tutte cose spesso date per scontate. Per noi anni fa lo erano, sicuramente lo sono per voi oggi.
Sono tutti i sintomi del sistema di apartheid a cui siamo sottoposti. Uno degli esempi è che la Cisgiordania avrebbe grandi quantità di risorse idriche, così come in tutta la valle del Giordano, ma in questi anni c’è stata un’espropriazione progressiva e oggi sono tutte in mano a Israele. La percentuale di acqua che noi abbiamo disponibile al giorno procapite è di appena 9 litri a persona, quindi meno del minimo di quello che viene considerata la quota minima di sussistenza, tanto che ormai da 6-7 anni su tutti gli edifici della Cisgiordania ci sono delle grandi cisterne, dove viene sia accumulata anche l’acqua piovana. Noi riceviamo l’acqua ogni 30-40 giorni: per una giornata viene distribuita l’acqua, e noi in quella giornata raccogliamo tutta l’acqua possibile per andare avanti fino ai 40 giorni successivi.
Quello di Gerico è uno dei suoli più fertili e più adatti alla agricoltura che abbiamo in Cisgiordania, ma proprio questo territorio è sottoposto a due pressioni fortissime: uno è quella della confisca di terre, che purtroppo va avanti da moltissimi anni, perché il 70% dei territori palestinesi oggi sono in mano ai coloni e tutta questa terra sta diventando il frutteto di Israele. E il secondo aspetto è che i datteri, frutto tradizionale palestinese, hanno bisogno di tanta acqua: molti agricoltori, proprio per la mancanza di acqua e l’impossibilità di portare avanti questo tipo di cultura, stanno abbandonando le terre. E secondo la legislazione israeliana, qualsiasi terra risulti abbandonata dopo un tot di mesi passa automaticamente sotto il controllo israeliano e viene data ai coloni degli insediamenti.
Questo sistema coloniale ormai riguarda tutti gli aspetti della vita, al punto che uno dei paradossi è questa espressione in voga da alcuni mesi di “emigrazione volontaria dei palestinesi”. Quando si creano delle condizioni per cui la vita diventa impossibile, la gente decide di emigrare in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, dove ci sono le condizioni per una vita vera, come quella a cui tutti gli esseri umani avrebbero diritto. È chiaro che quando non si vedono prospettive di miglioramento, per chi parte diventa un’immigrazione volontaria, ma è una partenza obbligata…
- In che modo le donne oggi stanno acquisendo un ruolo, una visibilità crescente nella società civile palestinese?
Innanzitutto bisogna ricordare che, storicamente, le donne hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nella nostra società. In effetti nel ’64 nacque uno dei primi movimenti femministi nel mondo arabo, ma sono state sempre in prima linea, non soltanto nel guidare le loro famiglie, ma anche nella politica.[2] Oggi quello che le donne si trovano a fare è quello di colmare un vuoto, non perché lo abbiano scelto, ma perché non ci sono alternative. Dal 2023, 250 mila uomini hanno perso il loro lavoro dall’oggi al domani; quelli che avevano dei permessi di lavoro in Israele, se lo sono visto sottrarre, senza né compensazioni, né sussidi, senza nessun piano B. Quindi tantissime donne si sono trovate nella necessità di pensare a come diventare delle fonti di reddito per le loro famiglie. È sotto questa pressione che sono diventate le breadwinners – cioè quelle che letteralmente portano il pane a casa.
Noi abbiamo iniziato nel 2019 con 15 donne che venivano dai campi profughi; lo abbiamo fatto per dare voce a chi stava a casa, ma anche per tutelare il nostro patrimonio culturale. E oggi, grazie anche alla crescita che c’è stata negli ultimi dieci mesi, sono diventate 150 le artigiane che lavorano con noi. Quando è stato aperto un varco con l’aiuto e la disponibilità di tante persone che hanno scelto, come il vostro Laboratorio solidale, di portare all’attenzione del pubblico italiano i nostri prodotti, questo ha fatto in modo che potessimo continuare con i nostri corsi di formazione, e le ricamatrici sono passate da 78 che erano lo scorso dicembre a 150 che sono oggi. In realtà se avessimo le risorse umane e finanziarie, potremmo arrivare fino a cinquemila donne, perché ogni giorno siamo subissate di messaggi di tantissime persone che chiedono di poter lavorare con noi, chiedono perché lei sì e io no… Quello che facciamo, come ho già detto, è una goccia nell’oceano rispetto ai bisogni che sono enormi. L’acquisto dei prodotti di Ibtikar permette a chi ci lavora di potersi mantenere e di far crescere l’organizzazione, per allargare questa comunità e dare lavoro ad ancora più persone.
- Che cosa chiedi ai cittadini italiani per sostenere la causa palestinese?
Due cose soprattutto. La prima cosa è di informarsi, di cercare un’informazione corretta e completa con una verifica delle fonti, perché purtroppo molti dei rapporti che vengono diffusi sono manipolati e non danno un’immagine veritiera di quello che realmente sta avvenendo in Palestina – ma anche in Syria, in Yemen, in tutte queste guerre dimenticate. È molto importante anche il consumo critico, che sia espressione della consapevolezza di quello che sta avvenendo.
L’altra priorità è di educare la prossima generazione, perché se gli adolescenti sono formati ad informarsi su quello che avviene nel resto del mondo, possono loro stessi avviare dei cambiamenti. Quello che sta succedendo in Palestina in questa condizione di impunità, se nessuno interviene, prima poi succederà anche altrove! La mia non è una posizione politica in senso stretto ma è per offrirvi uno sguardo sulla realtà che noi viviamo e trasmettervi la consapevolezza che qualsiasi piccola azione voi possiate intraprendere sarà di vantaggio per tutte le persone che stanno soffrendo.
- Ci puoi parlare della Theory of Change (Teoria del cambiamento), che è il cuore della vostra organizzazione?
Il cambiamento è qualcosa che viene da dentro e che va alimentato nel nostro spirito. Questo è il primo passo, altrimenti non possiamo portare nessun cambiamento nelle nostre vite a nessun livello. Cerchiamo di rendere consapevoli le persone che ciascuno di noi merita vita, libertà, amore, pace – queste sono le basi della dignità umana minima. Nel momento in cui veniamo messi nelle condizioni di essere consapevoli di questo, da lì parte quella autostima che ci permette di cambiare la nostra vita e anche quella delle persone intorno a noi.
Nelle primissime sessioni dei nostri corsi di avviamento al lavoro autonomo, cerchiamo innanzitutto di far concentrare le persone su quello che hanno, sulle risorse che possono tirare fuori, anche in queste condizioni estreme, piuttosto che fossilizzarsi su quello che manca, su quello che non c’è. Questo ha un impatto enorme perché aiuta le persone anche a superare quella vittimizzazione che purtroppo è così presente in questo conflitto, tanto fra i palestinesi quanto fra gli israeliani. Per noi la soddisfazione più grande è vedere che, dopo alcuni mesi, le persone che si sono rivolte alla nostra organizzazione per cercare aiuto, diventano poi quelle che sostengono altre persone che aiutano gli altri, e, in questo modo, si creano delle reti virtuose.
[1] Lo storico israeliano Ilan Pappé ha coniato il termine “memoricidio” per descrivere il tentativo di cancellare e negare sistematicamente la storia, la cultura e la presenza palestinese per sostituirle a quelle israeliane.
[2] Tante figure, come Hannah Nashrawi, Saira Kamal, Suada Weary, Rita Giacaman, sono state fra le negoziatrici del processo di Oslo e hanno continuato ad avere un ruolo di primo piano nella società.